L’Unita’

Vent’anni senza Kurt. Noi, loro, la “generazione X”, a un passo dal nuovo millennio

A vent’anni dalla morte di Kurt Cobain, ho scritto un pezzo su L’Unità. E’ qui sotto, cliccate sulla foto per leggere il pezzo dal sito del giornale.

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Allora è vietato criticare le merci

unita230212coverUna macchina provata in pista. Un risultato sgradito al produttore. Un Tribunale al lavoro. Una condanna mostruosa che seppellisce tra sgommate e idrocarburi il diritto di critica. Sembra questa, a farla breve, la storia che ha contrapposto Corrado Formigli (ai tempi inviato di Anno Zero) e la Fiat. Nel servizio  venivano riportati i dati di un test comparativo in cui il prodotto MiTo Alfa Romeo risultava inferiore per velocità rispetto a due modelli concorrenti. Un collegio di periti ha quantificato il danno in sette milioni di euro. Solidarietà a Corrado Formigli, che insieme alla Rai si trova nell’eventualità di far fronte a un’enormità del genere, merita forse soffermarsi proprio sulla determinazione del danno patrimoniale e sulla linea sottile che corre fra diritto di critica e denigrazione.
Perchè, lo confesso, un pensierino ce l’ho fatto anch’io. Questo: perché non chiedere a quel tal critico che una volta ha stroncato un mio libro, con argomentazioni da me non condivise, i danni per le mancate vendite presso un tot di lettori del suo giornale, da quantificare secondo qualche funambolico calcolo? Prendendo per buona la sentenza torinese, infatti, ci troviamo di fronte a un interessante precedente che farà in qualche modo scuola per noi produttori di opere. Come tutti ci ripetono a ogni passo, libri, dischi, film, spettacoli, cultura,  sono “solo” merci, prodotti di un’industria e, come  gli altri prodotti, vengono piazzati sul mercato con tanto di investimenti, promozioni e lavoro di comunicazione.
Dunque, se accettiamo il principio per cui una critica deve essere completa – riportare cioè tutti i parametri riguardanti le prestazioni di un dato prodotto – tutti i critici televisivi, letterari, cinematografici dovrebbero provare brividi lungo la schiena. Per esempio potrei chiedere al noto critico dell’importante quotidiano famoso per le sue antipatie, o la sua misoginia, o certe sue idiosincrasie e paturnie, di rendermi i soldi per le mancate vendite di un libro perché nello stesso pezzo l’ha messo a confronto con un altro che gli è piaciuto di più. I registi potrebbero fare lo stesso reclamando l’importo dei biglietti non staccati nei cinema a causa della recensione troppo tiepida. E così i critici televisivi potrebbero esser ritenuti colpevoli di un calo d’ascolto di un programma, e quindi chiamati a risarcire i mancati introiti pubblicitari.
Ora, questo non avviene mai perché stiamo parlando di prodotti e autori abituati a sottostare all’esame e alla critica. Di quelle critiche – anche quelle ritenute non costruttive, insomma: le stroncature tout court – normalmente si fa tesoro. Altrimenti (lo sconsiglio vivamente), ci si lagna scrivendo al giornale, aprendo un confronto, contestando nel merito e difendendo la bontà del proprio lavoro. Potrebbe la Fiat condividere questo meccanismo così unanimemente accettato da chi lavora in altri campi? Possibile che l’opera di ingegneria sia più protetta dalle critiche dell’opera di ingegno?
Ora però, dopo la sentenza di Torino, sappiamo che tutti i nostri prodotti hanno diritto a una critica completa e non parziale o faziosa che dir si voglia: così come Formigli avrebbe causato un danno alla MiTo esaminando solo uno dei suoi parametri (la velocità), anche noialtri potremo esigere che il recensore non si soffermi solo sullo stile, o sui tempi televisivi, o sulla trama di un film ma debba ogni volta aggiungere: “però la copertina è bella”, “il dibattito in studio interessante”, “le luci sul set messe bene”. Altrimenti avrà denigrato il prodotto e pagherà tot centesimi per ognuno dei sui lettori.
Come si vede, è un terreno scivoloso, su cui converrebbe muoversi con più cautela (consiglierei gomme da bagnato). Inquieta però vedere come esista una parte del Paese totalmente disabituata all’esercizio della critica, e come esista una zona franca in cui certi prodotti sono più prodotti di altri. Chissà, forse la critica – e la critica delle merci in particolare –  è un lusso per paesi civili e culturalmente avanzati che noi al momento non possiamo permetterci. Altrimenti, è difficile non vedere dietro questa vicenda un’intimidazione alla libertà di stampa (cos’altro sarebbe, chiedere sette milioni di euro a un giornalista?).
Tutto questo in margine. Quanto all’Alfa Romeo MiTo, tengo a precisare che è un’ottima macchina, spaziosa e confortevole, carina, maneggevole e adatta a noi signorine. Lo dico con grande sincerità. E anche perché sette milioni non ce li ho.

Voci d’autore – La Rai va alla guerra. Del profilattico

unita041112La dirigenza di Radio Uno Rai ha diramato una nota perché nella giornata mondiale contro L’Aids non si dicesse in onda la parola “profilattico”. E’ come se nella giornata mondiale contro gli incidenti stradali si proibisse di usare le parole “cinture di sicurezza”, e il fatto si commenta da sé. Un buon dizionario dei sinonimi avrebbe potuto evitare la figuraccia. Condom (internazionale), profilattico (medico-farmaceutico), guanto (volgar-popolare), goldone (idem), contraerea (gergal-giovanile), ipermeabile (anni ’50), e ognuno continui come vuole, sbizzarrendosi nelle infinite declinazioni dialettali, regionali, metaforiche e immaginifiche del “profilattico” (qui si può dire). Ma fin qui siamo alla superficie. Scavando un po’ la faccenda peggiora. Punto uno. In un primo momento dalla Rai hanno detto di aver seguito la linea del Ministero della Salute, ed è una prima scemenza: da quando un libero mezzo di comunicazione deve seguire le veline di un ministero? Punto due. Il ministero ha prontamente smentito dicendo di non aver emanato nessuna direttiva in proposito. Molto bene. Punto tre. Lo stesso ministero ha sottolineato che  in effetti nella sua campagna anti-Aids (che suppongo predisposta dal precedente ministro) non si parla di preservativo. Molto male. Punto quattro, restiamo al Ministero. Né nel comunicato ufficiale dell’iniziativa né nella conferenza stampa sono state usate le parole “profilattico” o “preservativo”. Sempre peggio. Punto sei. Il Ministero ha fatto sapere che i suoi esperti hanno potuto parlare alla radio liberamente. E ci mancherebbe! Precisazione un po’ grottesca. Punto sette. Non fate i fessi: chiamatelo come vi pare e usate il preservativo.

Voci d’autore – Crisi, lo strano ottimismo

u160309A proposito di economia e finanza, noto che la frase “non me ne intendo” pare meno grave di un tempo. E’ vero, io non me ne intendo, ma da qualche mese mi chiedo se per caso se ne intendessero gli esperti che ci hanno raccontato le sorti luminose e progressive del mercato per anni e anni. Saranno per casi gli stessi esperti che fanno le analisi oggi, che incoraggiano e blandiscono, che dicono “coraggio, passerà”? Mi chiedo ogni tanto se ci sia differenza tra questi arguti “esperti” dei mercati finanziari e le tanto vituperate astrologhe e fattucchiere da rotocalco, l’oroscopo, insomma. Così, ascolto e trasecolo. L’altro giorno, sulle onde di una radio ben addentro ai meccanismi dell’economia, per esempio, ho sentito grandi note di ottimismo. Il ragionamento era più o meno questo: non bisogna guardare a domani, ma ragionare per cicli. Tra vent’anni in Asia avremo due miliardi di persone benestanti, e dunque le prospettive per il made in Italy sono ottime. C’è da rallegrarsene, probabilmente. Eppure non so perché, il ragionamento mi suona terribilmente cinico. Certo, per i soldi, i capitali, le masse di denaro, gli investimenti, probabilmente una ventina d’anni sono un tempo accettabile. Ma per le persone? Per le vite normali? Gli indicatori dell’oggi – per chi non può aspettare vent’anni – non sono così buoni. I dati di Telefono rosa pubblicati l’altro giorno da questo giornale (la situazione economica come ulteriore detonatore delle violenze in famiglia), oppure le cifre dell’aumento dei taccheggi nei supermercati, oppure l’aumento del lavoro nero come seconda o terza occupazione per far quadrare il bilancio familiare, sono anch’essi dati economici, o no? Forse no: la crisi avrà cambiato molto, ma non l’attitudine degli esperti di finanza: considerare il denaro più importante di chi lo produce lavorando

Voci d’autore – Brunetta e il welfare fai da te

uCi voleva il ministro Brunetta per tranquillizzare il suo capo, per oliare i motori della crisi “non poi così grave”, della situazione che “non è drammatica”. Insomma, si sghignazza à la Silvio, e Brunetta fa la claque. Clamorosa l’ultima esternazione del ministro per cui l’Italia avrebbe uno dei migliori welfare del mondo, gli ammortizzatori sociali più confortevoli: un paese del bengodi per i lavoratori. E le donne? E’ vero: persino Brunetta è costretto ad ammettere che l’occupazione femminile qui in paradiso è un po’ sotto la media europea… ma se ci aggiungete le lavoratrici sommerse (in nero, sfruttate, senza diritti, senza contributi, senza pensione…), ecco che i conti tornano e anzi, dice l’ineffabile Brunetta, il sommerso in tempo di crisi ben venga, è “un vero ammortizzatore sociale”. E’ un ben strano elogio del lavoro nero, proprio mentre il suo capo, il Presidente del Consiglio, boccia con superficialità la proposta Franceschini dicendo che “aumenterebbe il lavoro nero”. Insomma, che almeno si telefonassero per mettersi d’accordo. Proprio mentre si almanacca sul lavoro senza diritti come nuovo ed efficiente ammortizzatore sociale (Brunetta dixit), una ricerca sindacale (Cisl) rivela che il 32,2 per cento dei lavoratori dipendenti milanesi (e il 25 per cento delle lavoratrici) fa un secondo lavoro, che risulta spesso (36 per cento dei casi, 43 per cento per le donne) in nero. Dato spaventoso, perché a fare il secondo lavoro in nero sono impiegati e operai, gente a cui nemmeno un lavoro in regola, a tempo indeterminato e, come si diceva un tempo, “sicuro” garantisce un’esistenza decente. Dopo il lavoro, via, a fare l’elettricista, a fare la badante. Sommersi, in nero. E’ lo stato sociale fai-da-te, come piace a Brunetta